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Giovanni Tommasini

Scrittore

Leggere rende Liberi. Scrivere Felici.

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I libri, gli ebooks, i progetti editoriali realizzati onestamente dalla PERO', le notizie dall'altrove dal mondo della disabilità e delle relazioni nelle quali l'unica piattaforma social di riferimento è l'Altro e la Realtà.

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L'ultimo articolo

 

Un disabile in famiglia.

Omicidi per pietatis causa, di "generosità".

Quali le cause e le conseguenze? 

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Omicidio di generosità. 

 

Cercando si può capire si può tentare di prevenire. 

 

Sono ormai quotidiane le notizie di padri e madri che uccidono figli disabili con patologie rare e gravi. Ormai anziani, negli ultimi anni della vita, con figli adulti arrivano a agire un gesto estremo quale l'omicidio per l'impossibilità di affrontare il peso ormai insopportabile di una sofferenza lunga una vita. 

Chi si occuperà del figlio non autosufficiente quando rimarrà da solo? 

Ma soprattutto chi mai si è occupato dei genitori che per tutta la vita si sono dedicati giorno e notte ad assistere e aiutare i figli in difficoltà.

La solitudine, l'isolamento, il vuoto che si è fatto carcere intorno alle famiglie con figli disabili esplode negli ultimi anni di vita dei genitori in gesti estremi che vengono ad apparire ai loro occhi quale l'unica soluzione e risoluzione ad un dramma esistenziale senza via d'uscita.

Lo Stato tutto e le rappresentanze istituzionali, in queste situazioni dovrebbero chiedersi quale sia il livello di sviluppo e civiltà di una società che esclude e relega queste famiglie in una vita fatta di sofferenza quotidiana indescrivibile. 

 

Un genitore si sente responsabile della vita del proprio figlio nei primi anni di vita, per poi sentire il peso di questa responsabilità attenuarsi man mano che i figli crescono ed aumentano le autonomie e le possibilità di autodeterminazione. 

 

 

I Libri testimonianza sulla realtà delle famiglie con disabili sul sito della Giovanni Tommasini Edizioni 

 

Quando si rimane ostaggio della responsabilità della vita del proprio figlio per tutta la vita, il tempo si ferma e inizia a scorrere al contrario sino ad arrivare a un punto di rottura nel quale le lancette si fermano e la morte simbolica del proprio tempo e di quello dei figli si presenta prima della fine dei propri giorni. 

 

Perché il figlio continua ad aver bisogno di un sostegno, aiuto, di assistenza vitale per lui, ma le risorse familiari pian piano si riducono sempre più  fino alla drammatica consapevolezza di non avere più niente da dare al proprio figlio, in tutti i sensi, in termini di energie fisuche, emotive  economiche  e  sopratutto, che al di fuori del sistema famiglia non sono mai state attivate realtà tali da permettere una sostituzione della presenza  dei genitori, determinante per il futuro dei propri figli. 

Genitori sfiniti, senza più speranze che disperatamente non vedono altra possibilità che "regalare generosamente" la fine di ogni sofferenza presente e futura ancor di più al proprio figlio  

 

Questo è il motivo per cui l'omicidio di un figlio disabile grave viene definito dai criminologi omicidio di "generosità" o per "pietatis causa".

 

C'è un peccato mortale alla base di questi episodi.

 

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L'incipit

Le sirene lo portarono in salvo.

 

UNA VITA SENZA. 

 

Una storia di quotidiana resilienza.

 

La ricerca della felicità, qual è la strada giusta da seguire? Una famiglia felice, coccole e dialogo. È quello che si legge su tutti i libri di fiabe, in tutti i manuali di pedagogia e psicologia che si studiano all’università, negli opuscoli distribuiti nelle strade. Ma è sempre così? L’opera “Una vita senza”, di Giovanni Tommasini, può essere introdotta con un’emblematica frase di Oscar Wilde: «I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano». Credo che il punto d’inizio sia proprio questo, l’amore di un bambino verso i genitori che non viene ricambiato, anzi, viene utilizzato come ariete per infliggere in esso dubbi, insicurezze, paure ed ansia. Un’ansia frenetica e continua, che non lascia spazio a dialoghi, chiarimenti e tregue psicologiche, ma che logora sia la mente che il corpo costringendo il soggetto a rifugiarsi nella scrittura o nei dialoghi immaginari con figure evanescenti con la speranza che lo portino via dalla patologica prigione di vetro in cui è nato.

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